il Venerdì di Repubblica

  

stelle alpine

Per l'umanità sono un patrimonio, ma occhio a non farne solo un business

Il riconoscimento dell'ONU premia una zona dove la bellezza è unica, ma le anime e gli interessi numerosi. Così tra i Comuni delle cinque province coinvolte inizia la gara per assicurarsi la guida della Fondazione che gestirà il marchio. E gli ambientalisti temono che non basti a evitare speculazioni.

CORTINA. Si fa presto a dire Dolomiti. La spettacolare scenografia, appena riconosciuta Patrimonio naturale dell’umanità dall’Unesco, fa da sfondo a storie, attori e realtà profondamente diverse. Un esempio: a neanche quindici chilometri dalle vetrine di Bulgari e Gucci sul corso Italia di Cortina o dalla suite Sinatra che ospitò The Voice all’Hotel Cristallo (180 metri con hammam privato per ottomila euro a notte), gli abitanti di Cancia si chiedono perché da undici anni aspettino l’ampliamento di un invaso, che forse avrebbe potuto evitare la frana costata due vittime dieci giorni fa, e perché i soccorsi abbiano dovuto attendere il ritorno di una torre faro dall’Aquila. Oppure: sotto lo stesso prestigioso marchio dell’Onu, le famiglie della Val Pusteria ricevono sovvenzioni pubbliche per ornare di petunie e gerani i loro balconi, mentre molte del Vajont non ricevono neanche l’allacciamento alla rete del gas. C’è chi progetta una tangenziale da 484 milioni, come Cortina., e chi non ha i soldi per ricostruire il centro storico diroccato, come Erto. Esiste, insomma, una montagna di serie A e una di serie B, come dice lo scrittore-scultore-alpinista Mauro Corona. E gli ultimi, ora, sgomitano per essere bagnati un po’ anche loro dalla benedizione aspersa dall’Onu.
Il bollino Unesco non si traduce In finatiziamenti da spartire, mà scatena appetiti perché le statistiche dicono che può incrementare il turismo del 15-30 per cento. Più o meno quanto s’è perso in questi ultimi annidi crisi. La gara per appendersi questa laurea nel proprio salotto è già iniziata. Entro l’anno verrà eletta la sede giuridica di una Fondazione di riferimento che gestisca questo marchio, come l’Unesco ha chiesto dopo che le Eolie - l’altro bene naturalistico mondiale in Italia - hanno ilschiato più volte la cancellazione dalla li- sta. La corsa a diventare la capitale delle Dolomiti è partita sin dal giorno dopo l’investitura: tra le aspiranti, Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. Oppure una a rotazione. Ma Cortina sembra la favorita a ospitare questo organismo di coordinamento che dovrà tutelare e sviluppare il bene mediando tra gli interessi opposti di imprenditori e ambientalisti e mettendo d’accordo genti, fino a oggi in competizione, tanto lontane per cultura, lingua (tedesco, ladino, veneto, friulano), esigenze, problemi, disponibilità economiche e strumenti legislativi. La zona protetta copre infatti cinque province (Bolzano, Trento, Belluno, Pordenone e Udine) dai differenti statuti e leggi: 228 norme diverse su materie comuni.
Il riconoscimento Unesco, inseguito per oltre quindici anni, non è solo una medaglia da appuntare al petto, ma una coperta che ora viene tirata un po’ da tutte le parti. Le valli più depresse temono di restare fuori dalla partita a vantaggio di quelle già sazie e sature di turismo, a rischio di collasso.
Ad esempio il Bellunese - eccezion fatta per Cortina, che sta al resto della provincia come Porto Cervo alla Barbagia - ambisce ad ammortizzare la crisi industriale (-30 per cento di produzione, specie nel settore occhiali), con il turismo, possedendo la maggior quota dell’area Unesco (41 percento). Gli ambientalisti d’altro canto, hanno paura che l’aspetto business possa prevaricare quello ecologico: lamentano di essere stati già esclusi dalla procedura che negli ultimi quattro anni ha elaborato la candidatura (seguita da cinque esponenti delle cinque province) e adombrano il sospetto che la selezione dei siti da premiare abbia escluso zone e vette importanti (come il Sassolungo, il Sella, le Tofane, il Cristallo o il Civetta) su pressione di potentati economici preoccupati dagli eventuali ulteriori vincoli coli ai progetti di sviluppo già avviati (nuovi albergoni o impiantì di risalita).
«Se la politica si comporta come ha fatto fin qua, pur raggiungendo li risultato,
 sarà uno sfascio» ammonisce Gigi Casanova vicepresidente di Cipra (commissione internazionale per la protezione delle Alpi) Je portavoce di Mountain Wilderness, l’associazione che lanciò l’idea Unesco nel ‘93.
«Il primo obiettivo è l’equità politica. Il Trentino, ad esempio, agisce rapidamente, ha tutti i servizi, arriva a finanziare alberghi e rifugi e perfino gli impianti di risalita fino all’80 per cento. Il Bellunese, per contro, è abbandonato politicamente, fragile e dimenticato, pur offrendo maggiori opportunità ricreative». Non a caso i cortinesi, nelle cui case c’è ancora il ritratto di Cecco Beppe, nel 2007 hanno votato per chiedere l’annessione al Trentino-Alto Adige (78 per cento di sì), e non a caso non l’avranno mai.
«I benefici del turismo vanno ridistribuiti: anche in Vai Gardena o in Vai di Fassa il 40 per cento della popolazione vive bene, ma l’altro 60 no. Il marchio non deve essere solo turistico, ma deve rilanciare anche l’attività produttiva: perché qui si devono vendere i formaggini o gli yogurt delle multinazionali più dei prodotti locali? Il secondo obiettivo è la coerenza: nuovi collegamenti annunciati, come quelli tra San Martino e Passo Rolle o Pinzolo e Madonna di Campiglio, sono incompatibili col marchio Unesco. Bisogna bloccare lo scempio delle seconde case, avere il coraggio di abbattere gli ecomostri costruiti negli anni Sessanta e Settanta e ricoltivare nuovamente boschi e pascoli ad alta quota».

«Avremmo preferito il marchio di “patrimonio culturale”, anziché “ambientale”, perché non avrebbe protetto solo le cime, del resto già tutelate al 90 per cento» afferma Angelo Mancone, segretario di Legambiente Veneto. «Così, invece, i disastri che sono stati compiuti a fondovalle potrebbero continuare a salire minacciando il vero patrimonio, che è tale in quanto incontaminato».
Cortina incarna da sempre queste due anime contrapposte, l’imprenditoriale e l’ambientalista, portando avanti un matrimonio dl convenienza ormai secolare. La Perla delle Dolomiti ha fatto della mondanità vanto e reddito, accogliendo nel suo incantevole scenario l’aristocrazia di mi- zio ‘900 e convertendosi all’esclusività di massa dopo le Olimpiadi del ‘56, in una progressiva decadenza dalla Dolce Vita alla Vita Smeralda, dai salotti dell’alta borghesia intellettuale al billionarismo cafonal di Lele Mora. I veri cortinesi mal sopportano quel mezzo chilometro di struscio griffato in Corso Italia e preferiscono i molti chilometri dì sentieri e arrampicate sulla roccia. Non negano i vantaggi del glamour, ma i giovani devono emigrare a valle perché le case sono le più care d’Italia, dopo Portofino: 13 mila euro al metro quadro, secondo calcoli di un mese fa, forse generosi per difetto.
Gli stormi di giapponesi assatanati di shopping (introvabili nelle altre valli) sono però gli stessi che si arrampicano come camosci sulle pareti rosa, abili e rispettosi della natura, assicura Paolino Tassi, guida alpina bolognese che vive qui da vent’anni «ignorando dove siano le boutique». In malizioso contrasto alla rassegna Cortinaincontra (dal 26luglio al 30 agosto), che quest’anno chiama a raccolta quattrocento nomi noti di industria, media, show e letteratura, il mese scorso è stata allestita CortinaJnCroda (la croda è la parete rocciosa a picco) per i 70 anni degli Scoiattoli, l’associazione amatoriale di scalatori, per celebrare quei pionieri che partirono da questi muri, arrangiandosi con cinghie prestate dai pompieri e i maglioni rossi tessuti con la lana riciclata dei materassi dismessi dagli hotel, per arrivare fino alla conquista del K2 con Lino Lacedelli nel ‘54. Sono i custodi del vero spirito montanaro, sulla frontiera del cemento, coi come le Regole Ampezzane, l’ente giuridico che dal XIII secolo riunisce le antiche famiglie cortìnesi di proprietari e governa sedicimila ettari di boschi, secondo norme assai rigide e antiche.
Erto, distante un’ora di tornanti da Cortina, è il borgo, abbarbicato su un costone, che fu spazzato via dalla frana del Vajont nel ‘63 (318 morti, su 1917, vivevano qui). Sui muri del centro storico semiabbandonato l’ertano Mauro Corona ha firmato un graffito: «Tendo l’orecchio e sento il passo dei ricordi. Della perduta casa solo una pietra cerco». Qui la montagna è aspra e lo si vede dai vecchi selvatici del paese che girano a torso nudo, hanno corpi da tronchi nodosi e cespugli di barba bianca da eremiti. «Spero che l’Unesco» dice il folletto dei boschi Corona «metta anche un freno a chi privatizza l’acqua e a chi distrugge i greti dei torrenti per vendersi la ghiaia a peso d’oro.

Nulla contro la montagna di serie A, ma è possibile che qui in serie B si debbano fare dieci chilometri per fare la spesa o comprare un giornale?». Il sindaco Luciano Pezzin raccoglie la provocazione, candidando Erto a sede della futura Fondazione Dolomiti-Unesco: «Cortina non ne ha bisogno: è assurdo che chi ha già abbia ancora di più e gli altri rimangano periferia. Svilirebbe il senso del riconoscimento Onu. Noi rappresenteremmo le piccole realtà e siamo oltretutto un luogo emblematico: la tragedia che abbiamo alle spalle è l’esempio di cosa accade quando l’uomo lavora contro la natura. Ancora oggi, 46 anni dopo la catastrofe, ho a che fare con le problematiche della ricostruzione. Ci sono quattrocento edifici, risalenti anche al 1600, da preservare e ristrutturare, ma ormai in Regione ci dicono di non rompere i cosiddetti. Come se qui ci fossimo arricchiti con la frana. Delle leggi post Vajont che hanno lanciato il miracolo del Nordest, qui da noi non è rimasto nulla: cornuti e mazziati. Accogliamo 150-160 mila turisti della memoria all’anno, ma non riusciamo a trattenerli per più di qualche ora perché abbiamo 45 posti letto».

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